Romanzo – L’Uomo che Vedeva i Morti – XX Capitolo

CAPITOLO XX

d0284fccd6041b4d59ab527fe8768d31.jpgUn Incontro al Bar

Sono passati circa otto anni da quando mi è capitato uno degli episodi più curiosi e singolari della mia vita. Avevo appuntamento con un amico di vecchia data, Fortunato Zavoli, presso un bar in via Santa Maria a Costantinopoli, giù Napoli. Data la sua passione per la pittura, volle insistere nel condurmi con sé ad una mostra di quadri allestita presso la vicina Accademia delle Belle Arti. Non ero molto interessato, in ogni caso era un pretesto per rivederci dopo tanto tempo. Mi aveva chiamato al telefono appena qualche giorno prima, ritrovandosi infatti per caso il mio numero tra le mani e chiedendosi che fine avessi mai fatto, non esitò a rifarsi vivo e ne fui felice. Mi avviai al bar, così come prestabilito, verso le 11 del mattino. Il mio amico Fortunato non era arrivato ancora, nell’attesa presi quindi un caffè. Non vi erano molte persone all’interno della sala da tè dove tranquillamente sorseggiavo il mio caffè ricoperto di panna, così come a me piaceva. Riflettevo su quante cose io e Fortunato avremmo avuto da dirci dopo tutti quegli anni, com’è che fossimo cambiati e com’è che soprattutto fosse cambiata la vita appresso a noi.

Ero alquanto incuriosito da quella mostra di quadri che avremmo visto insieme. Avevo uno zio paterno che dipingeva e diversi i suoi quadri che i miei conservavano in casa. La pittura mi ha sempre particolarmente affascinato, peccato che non abbia mai avuto modo di praticarla. Se è per questo, avrei voluto anche imparare magari a suonare qualche strumento, magari una chitarra od un pianoforte. Ma la chitarra, nonostante avessi mio padre che suonava, a malapena la strimpellavo, il pianoforte sapevo appena cos’era. Il destino mi aveva riservato altro, probabilmente, se fossi nato un’altra volta avrei fatto il pittore od il musicista, una vita da artista in giro per il mondo. Ma chissà se davvero si possa mai nascere un’altra volta. Fortunato tardava, cosicché, bevuto il mio caffè, ordinai anche un bicchiere d’acqua minerale. Sceso da casa in fretta e furia, non ebbi modo di fare colazione e, sopraggiunta così la fame, ordinai anche un cornetto al cioccolato. Frattanto che facevo colazione, uno strano uomo entrò nel bar. Barba incolta, capelli ispidi di color rosso, un vecchio cappello tipo basco in testa, giacca verde malandata, un maglione nero con qualche buco, una camicia azzurra dal collo annerito, pantaloni grigi ed un paio di scarpe marroni impolverate.

Lì per lì lo credevo un mendicante venuto a chiedere la carità. Si sedette invece ad un angolo iniziando a fissarmi stranamente. Tremava con le mani e se le passava in testa come se qualcosa lo tormentasse. Tremava e mi fissava. Fino a quando non chiese di prender posto al mio fianco. Non sapevo cosa rispondere. Accettare che uno sconosciuto si sedesse al mio fianco, mentre me ne stavo placidamente per conto mio, per giunta un uomo che non si vergognava affatto di andar in giro conciato in quel modo, non è che mi allietasse tanto come idea. Ma rifiutare avrebbe potuto significare essere sgarbati ed arrogarsi su di un piedistallo che non mi competeva. Gli risposi quindi che poteva accomodarsi. Prese posto e continuò a fissarmi.

“Desidera qualcosa?”, feci spazientito. “Lei è il prof. Alfredo Foriere”, rispose con voce calma e sicura. Quell’uomo sapeva chi ero! Ma io invece non sapevo chi fosse lui. “Come fa a conoscermi?”. Anziché rispondermi, quell’uomo prese carta e penna, scrisse qualcosa e mi chiese di dirgli un numero. Non capivo chi dei due fosse il matto, se lui con il suo comportamento bizzarro od io che gli davo anche retta. Ed in tutto questo, di Fortunato all’orizzonte neanche l’ombra. Almeno infatti il suo arrivo mi avrebbe distolto da quell’imbarazzante situazione. “La prego, mi dica un numero”, insisteva quell’uomo. “2”, risposi accontentandolo come si può fare con un bambino. Non appena dissi il numero, mi illustrò il foglio di carta sul quale vi aveva precedentemente scritto. Era esattamente il numero 2, quello da me detto. Rimasi di stucco ed il mio imbarazzo cresceva a dismisura, misto anche ad un certo timore.

“Posseggo le stesse facoltà che possiede anche lei – rispose – posso leggerle nel pensiero e visionare la sua vita. Posso arrivare anche a dirle chi lei fosse molti secoli addietro. Vedo infatti un cavaliere medievale ucciso in battaglia e lei ha pagato per quasi tutta una vita i suoi errori ed i suoi sensi di colpa…”. Continuò citandomi molti degli aneddoti che lo avevano visto protagonista come sensitivo, oltre a diversi miei episodi personali che riuscì magistralmente a ripetermi a memoria, dal dramma di Nunzio fino ad arrivare agli altri. “Forse qualcuno le avrà parlato di me?”, risposi provando a dare una logica alla situazione. Non mi rispose, preferendo invece raccontarmi della sua professione di pittore, della sua vita di girovago e di essere appena rientrato da un viaggio a Roma. Ben palese il fatto che il proprio aspetto trasandato lasciasse presagire la sua attività di pittore. Mi parlava parsimoniosamente, ma io frapponevo tra di noi ancora una barriera. “Non abbia timore di me ed ascolti piuttosto quanto ho da dirle. Lei tra un po’ assisterà ad una mostra di quadri presso l’Accademia delle Belle Arti situata alle nostre spalle. Attende un amico che ha già tardato all’appuntamento, stia tranquillo che tra un po’ sarà qui. Vi recherete insieme alla mostra e lì dovrà chiedere dei quadri del pittore Mario Verga. Questo è il favore che la prego di non farsi scrupoli a farmi. Non si dimentichi…Mario Verga…”.

Stavo per chiedergli il motivo di quella sua richiesta, quand’ecco Fortunato entrare affannosamente. “Scusami – fece – ho bucato una ruota della macchina e ci ho messo tempo a cambiarla”. Ci salutammo e ci abbracciammo ed era come se il tempo per noi non fosse mai passato. “Accomodati – gli feci – ti offro un caffè”. “No grazie, l’ho già preso a casa e poi non vorrei che facessimo tardi alla mostra”. “Volevo presentarti una persona…”. E feci per indicargli l’uomo col stavo conversando fino a poco prima. Incredibilmente di quello strano individuo era svanita ogni traccia. Chiesi anche ad un cameriere se per caso lo avesse visto uscire, magari se n’era andato mentre io salutavo Fortunato. Mi rispose di non aver visto né entrare né uscire una persona del genere. Che avessi sognato ad occhi aperti? Che fosse stata solo immaginazione? Rivedevo Fortunato dopo tanto tempo e già questo bastò per distrarmi da quell’insolita situazione.

Andammo quindi alla mostra, molti i quadri esposti, esperti del ramo provenienti da tutt’Italia ma anche docenti che avevano insegnato ed insegnavano ancora all’Accademia. Chiesi ad un addetto dov’è che fossero esposti i quadri di un tale Mario Verga, mantenendo quindi la promessa fatta a quell’uomo. M’indicò una sala al primo piano. I quadri che vi trovai rappresentavano stupendi paesaggi, zone di montagna e rinomati luoghi di mare. Ma quello che più mi colpì fu un autoritratto dell’artista. E di colpo trasecolai. Era l’uomo incontrato al bar. Il pittore Mario Verga. Sbigottito, chiesi a Fortunato se mai lo conosceva, rispondendomi di ricordarsene vagamente. Non seppe purtroppo dirmi molto ed andammo così a chiedere informazioni, fermando per caso quello che doveva essere uno degli organizzatori della mostra.

Gli chiesi informazioni di Verga indicandogli anche la sala dov’erano esposti i suoi quadri: “Sì che me lo ricordo, ha insegnato qui per qualche anno, poi ha preferito fare il giramondo alla ricerca di bei posti da inserire nei suoi quadri. Era un tipo piuttosto strano. Vestiva male e diceva di avere anche facoltà da sensitivo. Molti lo ritenevano un cialtrone, ma intanto ogni cosa che diceva di qualcuno risultava sempre azzeccata. Vendeva i suoi quadri in giro per l’Italia, ma quando poteva tornava a Napoli non disdegnando di venirci a trovare. Era ormai sua abitudine recarsi ad un bar qui di spalle, a via Santa Maria a Costantinopoli. Era il suo preferito, probabilmente perché situato sotto casa sua. Se ne stava al bar, al suo solito posto, all’angolo della sala da tè, per delle ore a fissare gli altri, non so perché.

Diceva che gli piaceva leggere la gente nel pensiero e che gli occhi della gente erano per lui come un libro aperto. Da quando se ne andò, non è che purtroppo avesse avuto altrove molta fortuna coi suoi lavori. Esporre qui i suoi quadri è stato un nostro dovuto omaggio per quanto fatto per noi. Nonostante il suo comportamento fuori dalle regole, era comunque apprezzato dai suoi allievi e stimato dai colleghi”. “Immagino che sia contento del fatto che gli abbiate allestito questa sala”. “Di sicuro lo sarebbe stato, ci manca molto”. “Perché ne parla al passato?”, chiesi insospettito. “Purtroppo è morto due anni fa, in un terribile incidente stradale, mentre tornava da un viaggio a Roma”.

Alberto Ferrero

Romanzo – L’Uomo che Vedeva i Morti – XX Capitoloultima modifica: 2007-11-01T16:32:07+01:00da metropolis32
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